La Festa di San Giovanni Battista

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Il 24 giugno si festeggia invece il patrono del paese, San Giovanni Battista. Durante quest’occasione sfilano i cavalieri de S’Istangiartu portando in processione su co’one ‘e vrores, il pane votivo dedicato al Santo, così chiamato perché il 24 giugno è noto anche come sa die ‘e vrores (la festa dei fiori). Questo pane, le cui origini si sono perse nell’alba dei tempi, è composto da una focaccia di circa 40 cm di diametro sulla quale vengono infilati dei bastoncini di canna che reggono 160 pugiones (uccelli) disposti a filari concentrici che si restringono progressivamente verso l’alto: sulla sommità, al centro, si trova il nido con tre pugioneddos (uccellini), e, intorno ad esso, quattro puddas (galline), di cui una con un pulcino sul dorso.

Questa straordinaria creazione è realizzata in circa cinque-sei mesi di tempo da un’unica donna del paese che, conservando gelosamente i segreti della sua lavorazione, li trasmette alla figlia seguendo così una linea matrilineare. La donna inoltre si preoccupa di preparare, da parte, un centinaio di pugioneddos che verranno distribuiti ai soci, alle autorità, agli amici del “cassiere” (il presidente dei festeggiamenti civili) ed ai cavalieri del corteo.

Il giorno della festa il pane, portato in Chiesa dal cassiere, viene benedetto dal sacerdote; dopo la Messa
solenne, parte il corteo, aperto dai cavalieri de S’Istangiartu, che attraversa le principali vie del paese al rintocco delle campane a festa. Segue alla processione sa ‘arrela ‘e vrores o de Santu Juvanni, le tradizionali
pariglie in onore del Santo, nelle quali i più abili cavalieri del paese si lanciano al galoppo tenendo stretta fra i denti l’asticella con su pugioneddu. Vittorio Angius nell’Ottocento scriveva: «i bravi cavalieri gareggiavano tra di loro di destrezza nel maneggio e buon governo dei cavalli in una frenetica “currilla” alla quale partecipavano anche cento pastori su cavalli montati a pelo». La corsa dei cavalli si svolgeva su un fondo di terra battuta, alla periferia del paese: i percorsi preferiti erano l’attuale Viale del Lavoro e, sino a qualche anno fa, l’ippodromo comunale “San Cristoforo”.

Conclusa la festa, su co’one viene riportato a casa del cassiere, e solo il 29 agosto, quando si celebra Santu Juvanni isconcau, ricorrenza del martirio di San Giovanni, il pane viene scomposto: il nido insieme alla gallina che ha sul dorso su pugioneddu spetta al cassiere, le altre galline vanno ai soci del Comitato ed infine il resto de sos pugiones a tutti coloro che hanno dato una mano durante l’organizzazione dei
festeggiamenti.

Su co’one e vrores, il pane votivo per San Giovanni Battista..

la festa di san giovanni

La leggenda de su co’one e vrores..Anche se le origini ed il significato di questo pane si sono perse nell’alba dei tempi, una leggenda popolare tramandata di generazione in generazione narra che nel 1865 una terribile invasione di cavallette aveva devastato le campagne del paese distruggendone i raccolti. La popolazione, disperata per la fame, chiese l’intercessione di San Giovanni Battista, ma fu tutto inutile. Dopo qualche tempo, giunse nelle campagne del paese unu ma’iargiu (un “santone”), di nome Predi Murru, noto per avere il potere di uccidere qualsiasi animale con la magia. Secondo il racconto fu nella zona di ‘Arpile, tra S’Alinu e Pithu ‘e monte, che Predi Murru svolse il rito, nel quale però perirono non solo le cavallette ma anche gli uccelli, in particolare sos isturros, sos truddos e sas taculas (gli stornelli, i tordi e le taccole); si salvarono solo sos cucos (i cuculi), che dopo aver raccolto le uova dai nidi degli uccelli già morti sistemandole tutte dentro un unico grande nido, si occuparono della covata.
Dopo qualche tempo, per primo si schiuse un uovo di storno, che al primo volo si posò sul dorso del cuculo;
in seguito si schiusero tutte le altre uova, ripopolando così le campagne del paese. Per questo motivo su
co’one ‘e vrores presenta al centro un nido con tre pulcini, simboleggiante il nido universale; una pudda
(letteralmente una gallina) con un pulcino sul dorso, raffigurante il cuculo con il primo nato; ed infine sos
pugiones, simbolo di tutte le specie viventi, disposti a filari concentrici. Narra la leggenda che l’anno successivo, nel 1866, i contadini confezionarono su co’one ‘e vrores in ricordo della vicenda e per scongiurare il pericolo di una nuova calamità. Da allora esso simboleggia la rinascita della vita e della natura.

La notte di San Giovanni..Nell’antichità la notte di San Giovanni era considerata una notte magica: essa segnava l’inizio della stagione delle messi e coincideva con le feste pagane della primavera. Sino al secolo scorso a Fonni erano diversi i rituali che venivano praticati durante questa notte: si raccoglieva l’acqua dalle fonti (in particolare dalla fonte di Guttirillai), e si credeva che questa fosse benedetta e dotata di poteri taumaturgici (s’abba ‘e vrores); si raccoglievano erbe particolari quali su
sammu’u (il sambuco), su ‘ardu ‘e isprone (il cardo), s’erva ‘e Santu Juvanni (l’iperico), considerate medicamentose; gli innamorati si dichiaravano alle donne amate e gli amici rendevano il loro legame indissolubile promettendosi eterna amicizia e divenendo così “compari e comari di San Giovanni”.